#GreenMediaMonday: Germania, a Capodanno inizia l’addio al nucleare

Il 31 dicembre, la Germania spegnerà 3 delle 6 centrali nucleari del paese. L’addio riguarda gli impianti più datati: Brokdorf nello Schleswig-Holstein, avviata nel 1986, Grohnde in Bassa Sassonia e  Gundremmingen in Baviera, entrambe in funzione dal 1984. Restano invece attive le centrali atomiche di Emsland in Bassa Sassonia, Isar 2 in Baviera e Neckarwestheim 2 nel Baden-Württemberg. Ancora per poco: il phase out definitivo del nucleare è previsto al più tardi per il 31 dicembre del 2022.

L’addio al nucleare deciso dopo Fukushima

Il 30 maggio 2011, a poco più di 2 mesi dall’incidente alla centrale nucleare giapponese Dai-chi di Fukushima, il governo guidato dalla cancelliera Angela Merkel aveva annunciato l’uscita dal nucleare a fine 2022. È la parola finale, con un chiaro impegno per il phase out. Solo l’anno prima, a settembre, la coalizione di governo aveva esteso la durata di vita dei 17 impianti del paese in media di 12 anni, con l’ultimo che sarebbe stato spento nel 2036. Un’inversione a U, visto che Merkel fino a quel momento aveva sempre difeso l’atomo. A partire dalla COP1 di Bonn, nel 1995, dove faceva gli onori di casa in qualità di ministra dell’Ambiente.

Cosa rimpiazza l’energia atomica?

Ad oggi, il nucleare pesa per circa il 10% del mix elettrico tedesco. Il 31 dicembre sono andati offline 4,25GW e l’anno prossimo altri 4,3GW, su un totale di capacità installata per la generazione elettrica di 218GW. Il neo ministro per il Clima e l’Economia, il verde Robert Habeck, ha assicurato  che la sicurezza energetica della Germania resta garantita. Nel breve periodo, giocoforza, il nucleare sarà rimpiazzato dalle fossili.  Ma la nuova coalizione ‘semaforo’ pianifica di aggiungere almeno 100TWh l’anno di rinnovabili da qui al 2030, portandole all’80% del mix energetico. Per raggiungere questo target, Habeck propone di riservare il 2% dei terreni all’energia eolica onshore, triplicare la capacità eolica offshore (a 30 GW) e quadruplicare le installazioni solari fotovoltaiche (a 200 GW).

Espansione anche nella produzione di gas

L’espansione però non riguarderà solo le rinnovabili, ma toccherà anche il gas visto il phase out del carbone previsto al più tardi per il 2030. In termini concreti, secondo le stime sul consumo elettrico di Fraunhofer Institut, Oko Institut e Prognos, la Germania dovrà aumentare la capacità del gas fossile di circa un terzo o più, portando la generazione dai 90 TWh del 2020 a circa 120-150 TWh nel 2030. North Stream 2 permettendo. Il nuovo governo su questo passaggio continua a non fare del tutto chiarezza e si limita a sostenere che le nuove centrali a gas saranno hydrogen-ready.

Il problema (infinito e irrisolto) delle scorie

Lo smantellamento dei reattori nucelari durerà almeno vent’anni ma il vero problema sono le scorie che resteranno radioattive per centinaia di anni e dovranno essere stoccate in un deposito che ancora non c’è. Nel 2017, infatti, gli esperti dell’Agenzia federale per lo smaltimento dei rifiuti atomici (Bge) avevano escluso la possibilità che quel deposito potesse essere la miniera di sale di Gorleben, in Bassa Sassonia, dove sinora sono sempre state stoccate le scorie radioattive tedesche. Un po’ come avvenuto anche in Italia con la Cnapi. A settembre 2020 la Bge ha poi consegnato all’allora cancelliera Merkel un elenco di 90 zone potenzialmente idonee a ospitare il deposito. I siti selezionati devono garantire per un milione di anni la tenuta stagna di circa 2mila bidoni di materiale radioattivo, 28mila metri cubi di scorie. Ed è lì che finiranno anche le 89mila tonnellate di rifiuti radioattivi prodotti nella sola centrale di Gundremmingen dagli anni Sessanta.

Le ragioni della scelta tedesca

Secondo molti, in Europa, la Germania sta facendo una scelta a dir poco azzardata. Fa riflettere, però,  quanto dichiarato al quotidiano La Stampa il 28 dicembre da Nikolaus Valerius, direttore tecnico del gruppo Rwe Power Nuclear che sta accompagnando Berlino nel phase out dal nucleare. Secondo il manager quello dell’energia dell’atomo “è un business economicamente morto” . Sono gli Stati (e quindi i cittadini) a dover sostenere gli enormi costi delle centrali atomiche, per smantellarne una servono “tra 500 milioni e un miliardo di euro e da 10 a 15 anni”. Citando una simulazione fatta nel Regno Unito, inoltre, spiega che in una centrale nucleare si può produrre un Megawatt/ora di elettricità ad un costo che varia tra i 90 e i 100 euro, il doppio rispetto ai 45-50 euro dei parchi eolici offshore.

Fonti: Rinnovabili.it; il Fatto Quotidiano