#GreenMediaMonday: “Giudizio Universale”, al via la prima causa climatica contro lo Stato Italiano

Incontrano Greta e i ragazzi di Fridays for Future, partecipano ai vertici e siglano accordi internazionali, validano i rapporti dell’IPCC, rilasciano dichiarazioni su quanto sia grave la minaccia climatica, ma poi i rappresentanti dello Stato italiano fanno poco o nulla, nel concreto, contro i cambiamenti climatici. Per questo, davanti a un giudice del Tribunale di civile di Roma, sul banco degli imputati c’è ora lo Stato italiano, accusato di inerzia e negligenza nell’affrontare la crisi climatica.

Lo scorso 14 dicembre si è tenuta la prima udienza: i cittadini chiedono allo Stato italiano politiche più incisive per affrontare l’emergenza climatica

A portare lo Stato italiano alla sbarra 203 tra associazioni e cittadini, tra cui 17 minorenni, su iniziativa dell’associazione A Sud, da sempre impegnata sul fronte della giustizia ambientale e promotrice della campagna Giudizio Universale da cui è scaturita la causa. Al Tribunale i ricorrenti non chiedono un risarcimento ma che lo Stato metta in atto tutte le azioni che la scienza indica come necessarie per affrontare la crisi del riscaldamento globale affinché venga rispettato il diritto umano a un clima stabile e sicuro.

«Il nostro obiettivo è duplice – spiega Marica Di Pierri, portavoce di A Sud – A livello giudiziario miriamo a vedere riconosciute e accolte le nostre istanze. I target di riduzione nazionali sono molto al di sotto dei target europei e assolutamente insufficienti a centrare l’obiettivo assunto firmando l’accordo di Parigi. A livello politico ci auguriamo che la causa giudiziaria sia un ulteriore elemento di pressione sul governo  se non bastano gli allarmi della scienza e le cronache dell’emergenza climatica. Ciò a cui ogni sforzo mira è l’adozione da parte dell’Italia di politiche climatiche all’altezza della sfida. Non possiamo permetterci di perdere altro tempo. Ogni giorno di ritardo ha un costo elevatissimo, non solo in termini di devastazione ambientale ma anche di violazione dei diritti fondamentali».

Che cosa si chiede nell’atto di citazione

Con le misure messe in atto fino ad ora dall’Italia secondo le indicazioni contenute nel PNIEC (Piano integrato per l’energia e il clima, del dicembre 2019), le emissioni dei gas serra nel 2030 potrebbero diminuire soltanto del 26% rispetto ai livelli del 1990, quota molto inferiore rispetto all’obiettivo europeo che impone un taglio del 55% e a quello indicato negli scenari della comunità scientifica dove si suggerisce di abbattere le emissioni di almeno il 65% a livello globale, quota che va declinata stato per stato. Nell’atto di citazione si richiede al giudice di condannare lo Stato italiano a tagliare del 92% le sue emissioni entro il 2030, nel rispetto del principio di equità e di responsabilità comuni ma differenziate riconosciute nel diritto climatico per un paese industrializzato come l’Italia che, dalla Rivoluzione industriale in poi ha accumulato un consistente debito ecologico nei confronti dei paesi in via di sviluppo. La quota del 92% è indicata nello studio “Impatti del clima in Italia” dell’istituto tedesco Climate Analytics, messo agli atti del processo, che tiene in considerazione sia le responsabilità storiche dell’Italia che le sue dotazioni tecnologiche.

Sono almeno 6 i vincoli che obbligano gli Stati ad agire

Il Regolamento UE n. 2018/842 che obbliga gli Stati a ridurre le emissioni sulla base delle indicazioni dell’IPCC e degli obiettivi dell’Accordo di Parigi; c’è poi un dovere di equità e solidarietà fra Stati nel definire le quantità parziali di riduzione delle emissioni; un dovere dello Stato di orientare le proprie politiche sulla base degli scenari e delle indicazioni della comunità scientifica; l’obbligo di utilizzare il principio di precauzione climatica come sancito nella Convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici; infine, l’obbligo del rispetto dei diritti umani, che implica anche il diritto dei cittadini ad essere informati su quanto lo Stato sta facendo per contrastare il cambiamento climatico.

I precedenti: il caso Urgenda

Altre cause per il clima hanno fatto da apripista negli anni recenti, tra le più significative quella dell’ong Urgenda vinta contro lo Stato olandese ritenuto colpevole dalla Corte Suprema dell’Aja il 20 dicembre 2019 di non aver rispettato gli impegni climatici e condannato a tagliare in un solo anno il 5% circa delle emissioni. In concreto, per rispettare la sentenza, il governo di Mark Rutte ha dovuto ridurre del 75% l’attività delle centrali a carbone (due erano state aperte dopo la firma dell’Accordo di Parigi) e stanziare 3 miliardi di euro in varie azioni di contenimento delle emissioni di gas climalteranti.

L’ultima rivoluzionaria sentenza della Corte Costituzionale tedesca

Il 24 marzo 2021 la Bundesverfassungsgericht, la Corte costituzionale federale tedesca, ha sentenziato che la Klimaschutzgesetz, la legge sulla protezione del clima approvata dal governo di Grosse Koalition CDU/CSU – SPD nel 2019 è parzialmente incostituzionale imponendo al governo tedesco di rivedere al rialzo la sua azione climatica ritenendo i target di riduzione delle emissioni al 2030 non abbastanza ambiziosi, in quanto scaricano sulle generazioni future gran parte delle misure per stabilizzare il clima. Nella storica sentenza si legge che «ogni tipo di libertà potrebbe essere condizionata da queste future riduzioni obbligatorie, perché quasi tutti gli aspetti della vita umana sono ancora associati all’emissione di gas serra e quindi sono minacciati dalle restrizioni drastiche che si dovranno attuare dopo il 2030». Il governo tedesco avrà tempo fino al 31 dicembre 2022 per migliorare la sua legge sul Clima, cosa che il governo italiano non può fare perché noi una legge sul clima nemmeno ce l’abbiamo.

Fonte: il manifesto