#GreenMediaMonday: cambiamenti climatici e migrazioni forzate

#GreenMediaMonday: la rubrica di news sulla sostenibilità di Green Media Lab.
L’insicurezza globale: il cambiamento climatico

L’insicurezza ambientale, determinata dai cambiamenti climatici e da altre forme antropogeniche di distruzione degli ambienti, rappresenta la più grave emergenza globale in atto. Una crisi che accomuna l’intera umanità e non riguarda solo i Paesi da cui partono i più consistenti migrazioni forzate.

La World Metereological Organization conferma lo stato di emergenza con i dati del rapporto State of the Climate in 2018. 35 milioni di persone colpite da inondazioni, 821 milioni di persone sottoalimentate a causa della siccità, 883.000 profughi interni per fenomeni climatici estremi. Tra il 2000 e il 2016 è aumentato di 125 milioni il numero di persone esposte alle ondate di caldo.

Le migrazioni forzate ambientali sono il segno tangibile dell’interconnessione tra giustizia ambientale e sociale, tra crisi climatica ed economica. L’effetto di un modello di sviluppo che infrange pericolosamente i limiti ecologici del Pianeta nonché quelli di giustizia sociale e intergenerazionale.

Il fil rouge tra ingiustizia sociale e ingiustizia climatica

La crisi climatica non è un effetto ma una dimensione costitutiva dell’attuale sistema di produzione e consumo. Perché quest’ultimo vede nell’iper-sfruttamento della natura non una conseguenza ma un elemento fondante.

La distribuzione geografica dell’estrazione di risorse è però mutata rapidamente negli ultimi 50 anni. Nel 1970, Europa, Nord America e Asia-Pacifico si spartivano in quote pressoché uguali un quarto del totale dell’estrazione mondiale di materie prime. Nel 2017, la regione Asia-Pacifico si è attestata da sola al 60 %

La nuova era glaciale e l’umanità smarrita

Ogni anno, i Paesi ad alto reddito consumano 9,8 tonnellate pro-capite di materie prime mobilitate da altre parti del mondo attraverso catene di approvvigionamento internazionali. Un fenomeno leggibile come sottrazione di risorse e imposizione di esternalità negative.

A pagare il prezzo più alto sono principalmente le comunità che vivono nei Paesi più poveri del mondo e che meno hanno contribuito al surriscaldamento del Pianeta. Le Piccole isole del Pacifico, responsabili di meno dell’1 % delle emissioni di gas serra, rischiano di essere sommerse dall’innalzamento del livello del mare. L’Africa, responsabile di appena il 4 % delle emissioni globali di gas serra, è tra i continenti più colpiti da desertificazione e insicurezza alimentare.

I Paesi più colpiti

Nel 2017, secondo i dati del Global Report on Internal Displacement (2018) sono stati 30,6 milioni gli sfollati interni.

18,8 milioni a causa di calamità naturali, soprattutto eventi climatici estremi: alluvioni e cicloni. I Paesi più colpiti sono stati la Cina, le Filippine e Cuba. Al quarto posto si posizionano invece gli Stati Uniti. Ciò a riprova del fatto che nessun Paese oggi è al sicuro, nemmeno quelli più sviluppati.

Nelle seguenti aree geografiche, il numero di persone in fuga dalle conseguenze di disastri naturali supera quello di chi fugge da guerre e conflitti. Asia orientale e Pacifico (8,6 milioni contro 705.000), Asia meridionale (2,8 milioni contro 634.000), America (4,5 milioni contro 457.000), Europa e Asia centrale (66.000 contro 21.000). Nell’Africa subsahariana abbiamo 5,5 milioni di migranti interni dovuti alle conseguenze dei conflitti ma comunque 2,6 milioni di persone costrette a spostarsi a causa dei disastri naturali.

Una nuova era glaciale

Quello a cui l’umanità sta andando incontro è dunque qualcosa di simile ad una nuova era glaciale. Si pretende però che, mentre una parte del Pianeta antepone all’emergenza climatica la tutela della propria prosperità, i poveri della Terra sprofondino senza fare nulla. Le migrazioni ambientali sono una responsabilità la cui negazione non ha più a che fare con l’incoscienza ma con un’umanità che ha smarrito sé stessa.

I migranti ambientali pagano il debito ecologico di chi resta

L’impronta ecologica, misura l’area biologicamente produttiva di mare e terra necessaria a rigenerare le risorse consumate da una popolazione umana e ad assorbire i rifiuti prodotti. Si tratta dunque di un indice in grado di calcolare quanto territorio servirebbe ad assorbire l’impatto antropico di una comunità e quali Paesi sforino questo limite.

Questa prospettiva, insieme a quanto detto sulla possibilità di trasferire servizi ecosistemici dai luoghi di estrazione a quelli di consumo, ci permette di capovolgere l’approccio sulle migrazioni forzate. Il tema non è più quanti esseri umani possano vivere su un determinato territorio e, quindi, se un Paese può o meno ospitare migranti. Piuttosto bisognerà chiedersi quanto territorio viene sfruttato da una Paese per sostenere una data popolazione e se questo sia più o meno in debito con altre popolazioni che soffrono gli impatti dello squilibrio ecologico generato.

Una guerra per lo status quo

In quest’ottica, la chiusura dei confini equivarrebbe al rifiuto di redistribuire in maniera più equa la ricchezza prodotta ai danni di chi è stato ridotto a vivere in habitat ostili. L’equivalente di un conflitto teso a sottrarre territorio, futuro e possibilità di sopravvivenza ad una parte della comunità umana. A combattere questa guerra non sono più solo eserciti ma capitali, aziende, investimenti e governi che continuano ad agire per preservare lo status quo.

La coincidenza tra Paesi ad alto grado di affermazione della democrazia e aree ad alto livello di consumo pro-capite di risorse naturali suggerisce la loro possibilità di garantirsi un’ equa distribuzione della ricchezza, pace sociale e stabilità politica. Ne emerge che questa dipenda direttamente dall’imporre ad altri il proprio debito ecologico.

Se una parte della popolazione mondiale ha diritto di restare nel proprio Paese, questo diritto è in qualche modo pagato da chi è costretto invece a migrare.

L’emergenza cambiamenti climatici

Il 1° Agosto 2018, mai così presto, si è registrato “l’earth overshoot day”, il giorno dell’anno in cui l’umanità ha superato la soglia di risorse che il Pianeta è in grado di autorigenerare. Oggi si consumano risorse pari a 1,7 volte la capacità rigenerativa annuale del pianeta Terra.

Il fatto che i cambiamenti climatici siano sempre più un’emergenza globale indica però che queste tensioni non sono più arginabili con politiche di protezione dei confini dei singoli Paesi.

I limiti ecologici stanno mettendo in crisi il modello capitalistico proprio come l’incapacità di garantire giustizia sociale e equa distribuzione della ricchezza.

 Fonte: asud.net

 

Leggi anche le altre news di #GreenMediaMonday:

La pandemia sta sommergendo di plastica il mondo

Biden prepara la rivoluzione clima

L’impronta ecologica delle scelte alimentari

Riscaldamento globale, cancellati millenni di storia climatica