#GreenMediaMonday: Come una fattoria può diventare carbon-negative

Le strategie per una fattoria a emissioni zero

Dieta a base di grassi per le mandrie, campi digitalizzati per controllare la maturazione di frutta, verdura e foraggi sono le strategie per una fattoria a emissioni zero. L’Internet of Things per le piante, l’alimentazione e la gestione degli animali sono gli interventi che possono rendere più sostenibile il settore.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) agricoltura e allevamento in Italia sono responsabili del 7 per cento delle emissioni di gas serra.  Tra queste emissioni, si considera il metano rilasciato durante la digestione dei bovini che rappresenta il 10 per cento di quello concentrato nell’aria. Nel lungo periodo il potenziale inquinante del metano è 28 volte maggiore di quello dell’anidride carbonica. Pesa anche il consumo di acqua per l’irrigazione che in Italia sfiora il 50 per cento del totale utilizzato.

Allevamenti sostenibili

Per la transizione ecologica di una fattoria è necessario sapere quante emissioni di CO2 produce l’attività. Così un team di ricerca internazionale ha condotto uno studio su 19 ettari di allevamento in provincia di Viterbo. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Journal of Cleaner Production. “Si tratta di un metodo che integra diversi criteri per la valutazione dell’impronta di carbonio lungo tutte le fasi dell’allevamento” spiega Riccardo Valentini, docente di ecologia forestale all’Università della Tuscia e coordinatore della ricerca. “Dalla produzione di metano nel processo di digestione degli animali fino alle emissioni di ossidi di azoto nella lavorazione del letame, l’effetto dei fertilizzanti e delle macchine agricole, nonché gli strumenti per la lotta ai parassiti”.

Una dieta per le mucche a base di grassi 

Una delle sperimentazioni più promettenti riguarda la dieta della mucche. Una maggiore presenza di grassi nel menù quotidiano è in grado di ridurre la quantità di metano rilasciata dagli animali. “Poi è necessario aumentare la capacità di accumulo del carbonio nel suolo evitando di sovraccaricarlo e lasciando che i resti delle coltivazioni, per esempio di foraggio, rimangano al suolo come una copertura spontanea. Così si aumenta la presenza di humus e la capacità naturali del terreno di sequestrare il carbonio”, prosegue Valentini. “Le aziende agricole che abbiamo studiato producevano 3,9 megatoni di anidride carbonica all’anno. Con un modello di lavorazione minima, che prevede tra le altre cose la coltivazione del foraggio in azienda e la valorizzazione energetica del letame, non solo si possono ridurre a zero le emissioni ma risparmiare fino a 5 megatoni diventando di fatto carbon negative“.

Con il digitale si risparmia acqua

La svolta green degli allevamenti non sarà immediata, considerata l’età media degli allevatori e le superfici bonsai delle aziende italiane. L’assenza di competenze digitali e  la scarsa familiarità con le tecnologie costituiscono un rallentamento del percorso verso la sostenibilità. Nonostante l’agricoltura di precisione offra grandi opportunità fino a ieri impensabili. Tra queste, il monitoraggio in remoto delle piante grazie a sensori in grado di registrarne anche le condizioni di salute. Consentono, così, di pianificare eventuali trattamenti con fertilizzanti e insetticidi. Secondo uno studio dell’Università La Statale di Milano, con questi strumenti si può risparmiare fino al 50 per cento di agrofarmaci e il 70 per cento di acqua consumata oggi per l’irrigazione.

Fonte: La Repubblica 

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