#GreenMediaMonday: il disastro ambientale in Siberia

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Il 29 maggio, in Siberia settentrionale, il collasso di una cisterna della Norilsk and Taimyr Energy Company (Ntek), società del gruppo Nornickel (ex Norilsk Nickel), ha causato la fuoriuscita di 20mila tonnellate di gasolio e lubrificanti che alimentano la centrale elettrica della città di Norilsk. Sono stati contaminati oltre 20 chilometri del fiume Ambarnaya, sulla cui superficie si è depositato uno strato di prodotti petrolchimici di 20 centimetri.

Secondo Svetlana Radionova, a capo dell’organo federale per la tutela dell’ambiente, 15mila tonnellate di sostanze nocive si sono riversate nei corsi d’acqua e altre 6mila sono state assorbite dal terreno. Le immagini diffuse sui social dai residenti della zona mostrano ampi segmenti dei fiumi della zona tinti di rosso intenso e di viola, testimoniando un disastro ambientale senza precedenti nelle regioni artiche della Siberia.

Il presidente Vladimir Putin ha dichiarato lo stato d’emergenza e ordinato un’inchiesta, affermando che l’azienda dovrà essere pronta a pagare le operazioni di pulizia; Viatcheslav Starostin, uno dei responsabili della centrale elettrica, è stato già sottoposto allo stato di fermo, mentre Putin ha minacciato provvedimenti verso il capo della Ntek Serghei Lipin: la notizia del disastro, infatti, è stata data dai proprietari dell’impianto giorni dopo l’accaduto, quando il danno era ormai troppo ingente per essere tenuto nascosto.

La contaminazione

A essere contaminato è un territorio di circa 350 chilometri quadrati, nei cui corsi d’acqua i livelli autorizzati di sostanze nocive sono stati superati di decine di migliaia di volte; il rischio è che l’area colpita si ampli, date la difficoltà delle operazioni di pulizia. Priva di infrastrutture e vie di comunicazione, in un territorio ghiacciato e paludoso, la zona è infatti isolata, rendendo difficile il trasporto delle attrezzature necessarie. Inoltre, la conformazione e la profondità del fiume non consentono l’uso di chiatte o imbarcazioni di grandi dimensioni. Le sostanze ora si stanno muovendo, con il rischio di allargare la portata dei danni, contaminando anche il lago Pjasino, in cui confluisce l’Ambarnaya e che fornisce acqua potabile alla città di Norilsk.

L’emergenza coinvolge una regione dall’equilibrio ambientale estremamente fragile: secondo il Servizio di Controllo delle Riserve Naturali russo, proprio a causa delle particolari condizioni e della gravità del danno potrebbero servire decenni a ripristinare l’equilibrio ambientale. Essendo più leggero del petrolio, il diesel ha più probabilità di evaporare, costituendo un problema per l’inquinamento atmosferico e per la salute di chi sta lavorando per rimuoverlo. Bruciare il combustibile è troppo rischioso e non si può prevedere la portata delle conseguenze che avrebbe la combustione di una così grossa quantità di diesel in un ambiente delicato come quello artico.

“Non c’è mai stata una tale perdita nell’Artico prima. Dobbiamo lavorare molto rapidamente perché il carburante si sta dissolvendo in acqua”.

ha detto il portavoce del Servizio emergenze marittime russo, Andrei Malov, spiegando che per tentare di bloccare il flusso verso il lago sono state predisposte delle barriere di contenimento mentre si pompa il carburante in superficie. Le squadre di emergenza sono state inviate in zona per aiutare le operazioni, ma i danni ai corsi d’acqua sono già stimati in sei miliardi di rubli (oltre 77 milioni di euro), per un danno complessivo all’intero ecosistema della regione di dozzine di miliardi di rubli.

L’azienda responsabile

La Ntek è una sussidiaria di Nornickel, leader mondiale nella produzione di nickel – impiegato per produrre acciaio inossidabile, batterie e diverse leghe metalliche, oltre che come catalizzatore per idrogenare gli oli vegetali e il palladio usato nell’industria petrolifera, in odontoiatria, in orologeria e nella produzione di blindature militari tecnologiche e di oro bianco. Il gruppo possiede numerosi stabilimenti nella regione, un’area ricca di metalli, carbone e idrocarburi. Si tratta di una di quelle zone artiche strategiche di cui diverse aziende e multinazionali approfittano, spesso avvantaggiandosi anche dello scioglimento dei ghiacci, arricchendosi ai danni dell’ambiente.

Nel 2014 la Nornickel produceva il 44% del palladio mondiale, il 14% del platino, il 13% del nickel e il 2% del rame. Nel 2010 le minacce di Putin di multe salate se gli impianti non fossero stati ammodernati portò a qualche investimento ambientale, previsto di lì al 2020. Tuttavia, nel 2015 gli stabilimenti artici della compagnia emisero, tra i vari inquinanti, un milione e 883mila tonnellate di biossido d’azoto, fatale per la vegetazione e dannoso per il sistema respiratorio.

La città di Norilsk

A causa delle fabbriche e degli impianti nell’area, la città di Norilsk – fondata dal regime staliniano negli anni Trenta sfruttando il lavoro dei prigionieri dei gulag – era nel 2007 tra le dieci più inquinate al mondo e prima in Russia. Se l’incidenza di cancro e problemi ai polmoni dei suoi cittadini non variano rispetto alla media della Russia è probabilmente perché la sua popolazione è molto giovane: gli anziani preferiscono passare altrove la pensione, per cui dei loro problemi di salute non resta traccia nel sistema sanitario locale.

Secondo alcuni studi, però, i bambini di Norilsk hanno una probabilità doppia di sviluppare patologie che colpiscono gola, naso e orecchie, mentre altri hanno registrato un’incidenza di malattie ematiche del 44% superiore alla media, di patologie al sistema nervoso del 38% e di quelle agli apparati scheletrico e muscolare del 28% maggiore rispetto al resto della regione, tanto che la speranza di vita qui è fino a 10 anni inferiore che nel resto del Paese. E questa situazione non è aiutata da condizioni di vita che, con 250 giorni di neve all’anno, di cui oltre cento di vere e proprie bufere, e interi mesi di buio, favoriscono i problemi di stress e depressione, costringendo le persone a vivere al chiuso e rendendo difficile spezzare la routine casa-lavoro.

L’area e la storia di disastri

L’area non è nuova a disastri ambientali. Non è nemmeno la prima volta che i fiumi nella zona si tingono di rosso: è successo per esempio nel 2016 a un altro fiume presso Norilsk, a causa di una fuoriuscita da un altro impianto della Nornickel, che a seguito dell’incidente ha poi provveduto a riabilitare la sua immagine chiudendo uno dei suoi impianti di estrazione di nickel nella zona, salvo intensificare le operazioni in altri stabilimenti.

Se già nel 2007 la Russia aveva vissuto un disastro ambientale di questo tipo – quando 5mila tonnellate di petrolio erano finite nel mar Nero, presso Kerch – quello dell’impianto Ntek è in realtà, per dimensioni e danno, il secondo più grave incidente del genere nella storia della Russia moderna. Infatti, lo supera solo la fuoriuscita di greggio del 1994 nella regione di Komi, che come ha spiegato l’esperto del Wwf Aleksei Knizhnikov è andata avanti per diversi mesi prima di essere arginata.

L’entità del disastro di questi giorni è paragonabile a quella della petroliera Exxon Valdez, di proprietà della ExxonMobil, che 31 anni fa si incagliò nel Golfo d’Alaska disperdendo in mare oltre 40 milioni di litri di petrolio. Usando l’evento come metro di paragone, Greenpeace Russia traccia un parallelo per calcolare l’impatto economico del danno, sottolineando che il rischio è che le imprese responsabili riescano a sfuggire alla responsabilità finanziaria dei danni che hanno provocato all’ambiente, come spesso accade in Russia.

Il ministro russo Yevgeny Zinichev, responsabile della Protezione civile, ha comunicato di aver individuato la strategia per gestire l’incidente, senza però fornire dettagli.

Tutela ambientale e pandemia

Il rischio è che la tutela ambientale passi in secondo piano durante la pandemia per favorire le grandi compagnie, a partire da quelle petrolifere ed estrattive: la Russia (e con lei la popolarità di Putin) sta subendo una catena di emergenze – da quella economica al Coronavirus – che potrebbero trovare la loro via di uscita nell’esportazione ancora più massiccia di petrolio, il cui prezzo è però crollato durante la pandemia. Eppure il disastro di Norilsk dimostra, ancora una volta, l’urgenza di prendere sul serio la crisi climatica e agire di conseguenza. La causa del crollo della cisterna, infatti, sarebbe lo scioglimento del permafrost che ne sorreggeva i pilastri.

Questa ipotesi è ancora più preoccupante perché può ripetersi ancora e con sempre maggior frequenza. Lo scioglimento dei ghiacci rende più agevoli navigazioni e trasporti, aprendo nuove vie commerciali ed esplorative, e facilita l’estrazione di sostanze preziose e carburante. Ma, oltre ad aggravare il degrado ambientale dell’area, mette anche a rischio le infrastrutture. Per questo va verificato lo stato di tutti gli impianti e le cisterne dell’area, investendo in manutenzione e prevenzione, se non si vuole accelerare la spirale di inquinamento dell’Artico.

Già nel 2009 Greenpeace metteva in guardia dai rischi legati allo scioglimento del permafrost per le infrastrutture dell’industria russa del petrolio e del gas. Gli impianti si stanno degradando a poco a poco, necessitando così di maggiori controlli e di interventi tempestivi da parte dei proprietari e dello Stato per metterli in sicurezza, oltre che di un serio piano di adattamento.

La transizione ecologica è più necessaria che mai e le condizioni di territori già martoriati – che gli incidenti come quello del 29 maggio non fanno che aggravare – sono un monito che non ci si può più permettere il lusso di ignorare. Disastri come quello di Norilsk rischiano di diventare sempre più frequenti, sconvolgendo il fragile equilibrio dell’Artico e, di conseguenza, di tutto il nostro Pianeta.

Fonte: The Vision

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