#GreenMediaMonday: L’altro inquinamento prodotto dalle automobili

Un pantano d’acqua industriale

La tempesta scatenata in una sera di fine novembre del 2018 ad Oakland, in California, ha fatto emergere dall’oscurità un pantano d’acqua industriale. La melma non era particolarmente evidente. Tutta l’acqua caduta su cinque chilometri quadrati di asfalto, perlopiù sconnesso, era penetrata attraverso una strettoia, riversandosi in un parcheggio. Un’équipe di ricerca del San Francisco estuary institute (Istituto dell’estuario di San Francisco, Sfei) pronta ad affrontare gli scrosci, ha prelevato quasi 70 litri d’acqua piovana dal flusso.

Particelle dannose come le microplastiche

In seguito, l’équipe ha scoperto nei suoi campioni una quantità sconvolgente di frammenti neri e gommosi. In California, dove la maggior parte dei pendolari si sposta con la propria auto, le conversazioni sull’impatto ambientale delle automobili di solito riguardano quello che esce dai tubi di scappamento. Ma il lavoro dello Sfei ha ampliato il dibattito, includendovi gli pneumatici che rilasciano particelle vicino alle masse d’acqua.

Un’auto perde in media, ogni anno, tra tra 0,22 e 1,88 chili di frammenti di pneumatici

L’inquinamento da pneumatici potrebbe essere più serio di quanto immaginato finora. Gli pneumatici hanno un problema che difficilmente potrà essere risolto a breve: si sfaldano. L’attrito della gomma sulle superfici abrasive è ciò che permette a un veicolo pesante di aderire alle strade e di fermarsi quando necessario. In questo modo, si lasciano dietro piccoli frammenti di pneumatico. Da un’indagine del 2017  di 13 paesi industrializzati e in via di industrializzazione emerge che un’auto perde in media, ogni anno, tra 0,22 e 1,88 chili di frammenti di pneumatici.

Una volta gli pneumatici erano interamente di gomma naturale. Oggi contengono tra il 20 e il 60 per cento di gomma sintetica fatta di polimeri plastici. Gli ingredienti e le proporzioni sono generalmente coperti da brevetti. Ma gli pneumatici solitamente includono anche zolfo, usato per vulcanizzare la gomma; ossido di zinco, per velocizzare la vulcanizzazione; cariche di rinforzo quali silice e nero di carbonio; e oli che aiutano la lavorazione. Fili d’acciaio e tessuto sono aggiunti per dare corpo agli pneumatici.

Il prodotto finito non è considerato tossico, ma alcuni singoli ingredienti lo sono, per esempio metalli pesanti come cadmio e piombo, oltre agli oli altamente aromatici (più comunemente noti come idrocarburi policiclici aromatici, o Ipa). La miscela rende gli pneumatici un “ibrido mostruoso”.

Le conseguenze ambientali

La minaccia rappresentata dai frammenti di pneumatici al livello planetario sta cominciando a farsi sentire. Nel 2017 l’Unione internazionale per la conservazione della natura ha stimato che il 28,3 per cento delle microplastiche nell’oceano proviene dagli pneumatici. Ma il numero reale è probabilmente più alto. Uno studio pubblicato a luglio suggerisce che grandi quantità di frammenti di pneumatici si riversino nell’oceano non solo attraverso fiumi e corsi d’acqua, ma anche attraverso l’aria. Spinti dal vento, vanno alla deriva raggiungendo località lontane da quelle dove sono stati rilasciati. Lo studio segnala che il numero di particelle di pneumatici che stanno atterrando nell’Artide è tale da rappresentare un fattore di rischio nel cambiamento climatico. Facendo assumere alla tundra nevosa una tonalità di bianco meno riflettente, il ghiaccio inquinato dell’Artide potrebbe assorbire più luce e sciogliersi ancor più velocemente.

Nella catena alimentare

Dal momento che le particelle di pneumatici sono più dense dell’acqua di mare, l’équipe di Sfei ha scoperto che tendono ad affondare e ad accumularsi nei sedimenti vicino alle coste. In questo ricco ambiente vivono piccoli pesci, ostriche e altri animali alla base della catena alimentare. Questi animali potrebbero consumare frammenti nello stesso modo inconsapevole con cui ingeriscono altre microplastiche. Gli studi dimostrano che i pesci espellono oltre il 90 per cento delle microplastiche ingerite, ma la tossicità può comunque contaminare i loro tessuti e risalire la catena alimentare.