#GreenMediaMonday: Le soluzioni per un armadio sostenibile

L’industria della moda ha un valore cospicuo, oltre 3 miliardi di dollari, il 2% del prodotto interno lordo mondiale e ha avuto una crescita spettacolare negli ultimi decenni, raddoppiando la produzione, e la vendita, tra il 2000 e il 2014. Purtroppo il valore delle merci è precipitato e, secondo McKinsey questo ha fatto sì che ogni capo venga mantenuto nell’armadio la metà del tempo rispetto a quanto accadeva 15 anni fa. Secondo il World Resources Intitute per ogni persona del Pianeta, ogni anno vengono realizzati 20 capi. Le stagioni, una volta due, ovvero primavera estate e autunno inverno, sono salite fino a 100 microstagioni. E calcolando che la maggioranza della popolazione mondiale vive in condizioni di povertà nelle quali il cambio d’abito è un lusso, ciò significa che per la minoranza è un’attività troppo frequente.

Questa nostra corsa ad avere sempre il vestito nuovo in molti casi ha un costo umano: i lavoratori del tessile, principalmente donne che vivono nei Paesi poveri o in aree poco sviluppate, hanno paghe minime e sono costrette a lunghe ore di lavoro. Inoltre ha un alto prezzo ambientale. La moda produce il 10% delle emissioni globali. Una ricerca del Mit ha dimostrato che la classica maglietta di poliestere produce 5,5 chilogrammi di CO2, il 20% in più di una equivalente di cotone. Il settore della moda utilizza poi 93 miliardi di metri cubi d’acqua, ovvero quanto necessario a far fronte ai bisogni di 5 milioni di persone. Ed è anche responsabile del 20% delle acque reflue mondiali e causa del 20% dell’inquinamento dell’acqua industriale.

Il problema principale è però la plastica che affolla i nostri armadi. La moda usa e getta è basata sulle fibre sintetiche, economicissime perché non tengono conto dei costi ambientali dovuti al fatto che sono derivati del petrolio. Se si è sensibili al problema è inutile riciclare le bottiglie dell’acqua e i sacchetti, è necessario intervenire anche sul proprio abbigliamento.

Riciclare non basta

Secondo uno studio della Royal Society for the Arts che ha compiuto un’analisi di oltre 10mila vestiti provenienti dalle principali catene inglesi come Boohoo, Prettylittlething, Missguided and Asos, il 49% sono realizzati con poliestere, fibre acriliche nylon e elastane, che contribuiscono in maniera significativa al rilascio di microplastiche nell’acqua, nell’aria  e di conseguenza, anche nell’organismo umano. Secondo l’Unece, la Commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite l’85% di tutti i tessuti finisce infatti nelle discariche.

Si potrebbe pensare di limitarne l’impiego grazie al riciclo, ed è quanto propongono molti produttori. Ma si tratta di una misura poco efficace se si considera che il solo lavaggio di tessuti sintetici, anche se riciclati, fa si che 500 milioni di tonnellate di microfibre vengano rilasciate negli oceani ogni anno. Un ciclo medio in lavatrice, da 6 chili, ne produce oltre 7 milioni. Siamo dunque direttamente responsabili del peggiore tipo di inquinamento che stiamo infliggendo al Pianeta. Per limitare la produzione di nanoplastiche si consiglia di non superare la temperatura di lavaggio oltre i 30 °C e preferire il detersivo liquido. E di scegliere con cura cosa compriamo.

Ci sono alternative a disposizione per creare un guardaroba sostenibile? Certamente si, ci sono sempre state finché sono nate le fibre sintetiche negli anni Trenta. E ora molte industrie si stanno mobilitando per recuperarle e adattarle al modello attuale. C’è anche molta nuova ricerca che permette di scoprire materiali che potrebbero avere qualità migliori, come un bioglitter realizzato con materiali organici. Anche le istituzioni internazionali stanno compiendo molti sforzi, in particolare la Un Alliance for Sustainable Fashion e la Forests for Fashion Initiative, condotta da  Unece, FAO e altri partner. Entrambe sostengono che è possibile sostituire le fibre sintetiche con altre sostenibili, rinnovabili e biodegradabili grazie alle nuove tecnologie e fare in modo che la moda possa ridurre il suo impatto. Dai più comuni cotone, lino e lanafino a juta, pelle e Lyocell, fino a canapa, ginestra, cupro e foglie di loto. Senza tralasciare le bioplastiche derivate da buccia d’arancia, alghe o denti di seppia.

Colori sì ma naturali

Ovviamente vanno considerate anche le tinture, che inquinano fiumi e mari. Per la sola tintura, l’industria tessile usa fra i 6 e i 9 trilioni di litri d’acqua all’anno. Molti stilisti però si stanno ora orientando su quelle naturali, provenienti da piante, animali e funghi. L’italiana Color off coltiva piante tintorie come la reseda, da cui si estrae il giallo. Si recuperano le tecniche in voga fino al Rinascimento, come l’uso del guado per il blu, si sperimentano nuove soluzioni. Phillacolor, sempre italiana, ha una decina di coloranti su base vegetale, tra cui la curcuma, ma anche, a chilometro zero, rabarbaro e sambuco. I colori si possono estrarre anche dalle alghe, dagli invertebrati marini, dai batteri e dai funghi.

L’etichetta è importante

Per scegliere un capo che non danneggia l’ambiente non ci si può affidare a un’etichetta ufficialmente registrata. Le certificazioni ecologiche sono per ora volontarie. Molte informazioni però si possono ottenere leggendo la composizione del tessuto. Prima di tutto occorre fare una distinzione tra tessuti naturali e sintetici. In generale, più pura è la fibra (come lino, canapa, juta), più piccolo e locale è il produttore, più viene assicurato che la fibra viene prodotta con agricoltura organica, più sicuri si può essere si tratti di capi a basso impatto.

Altri fattori dei quali tenere conto sono il luogo di produzione. Non avremo mai la certezza che a un determinato luogo corrisponda un modo di produzione etico e sostenibile, ma leggere che il capo proviene da Paesi dal terzo modo può lasciare supporre che ci sia un basso costo della manodopera e una produzione intensiva, a meno che l’azienda produttrice non fornisca delle garanzie. Meglio controllare nella sezione informazioni sull’azienda su internet. Per quanto riguarda i materiali di recupero o riciclati, è importante accertarsi che la percentuale superi il 50% del totale. In questo caso però saremo noi a dover stare attenti al lavaggio e a un corretto smaltimento.

 

Fonte: Repubblica