#GreenMediaMonday: salvaguardare gli oceani per salvare il pianeta

Settimana mondiale degli oceani: come salvarli dal nemico uomo. Ecco alcuni dati riassuntivi, utili per comprendere le criticità legate agli oceani, motore della Terra che stiamo sfruttando e inquinando.

Cresce la temperatura degli oceani

I cambiamenti climatici globali sono la causa dell’aumento della temperatura superficiale degli oceani: si stima che entro il 2100 aumenterà di 1-4 °C. Con il riscaldamento degli oceani, cambia la circolazione dei mari, cambiano i regimi di evaporazione e, con essi, le precipitazioni sulla terraferma. Tutto questo ha effetti sui cicli biologici delle specie in mare e sulle loro difese immunitarie nei confronti delle malattie, che appaiono sempre più frequenti e diffuse. Sono moltissimi gli organismi che stanno già subendo le conseguenze di questi processi, e metà della Grande barriera corallina australiana è in regressione.

Le specie tropicali colonizzano anche gli ambienti che prima erano troppo freddi per loro e sostituiscono le specie di acque temperate o fredde che, a loro volta, o si spingono in profondità o si spostano verso i Poli. La diffusione di specie aliene sta alterando le reti trofiche e il funzionamento dei nostri mari.

Si alza il livello del mare

I cambiamenti climatici globali provocano anche il progressivo innalzamento del livello del mare, mettendo a rischio gli ambienti costieri. C’è poi il problema dell’acidificazione degli oceani: è dovuta all’eccesso di anidride carbonica nell’atmosfera che, sciogliendosi in mare, produce acido carbonico. L’effetto è quello di alterare i processi di formazione degli scheletri calcarei di coralli, crostacei e bivalvi, con forti impatti anche sulla biodiversità.

A questo si aggiunge la deossigenazione degli oceani, con la progressiva estensione di aree anossiche e quasi del tutto prive di vita: sono zone morte, come quella che si forma nel Golfo del Messico, che periodicamente copre anche oltre 22.000 km². I fertilizzanti usati in agricoltura e portati in mare dal fiume Mississippi provocano un’esplosione di alghe microscopiche: quando muoiono, il processo di decomposizione a opera di batteri consuma l’ossigeno nell’acqua. E lo stesso problema si ha nel mar Baltico.

I coralli muoiono 

Poi c’è l’inquinamento. Tutto quello che facciamo a terra prima o poi finisce in mare. La plastica galleggiante è il fenomeno più evidente, ma esistono inquinamenti molto più subdoli. I pesticidi e i nutrienti di uso agricolo arrivano al mare, così come i reflui urbani e quelli industriali. Ne deriva un progressivo degrado degli ambienti costieri. A leggere questa sfilza di impatti sembra quasi che non ci siano più speranze.

Tuttavia, la biodiversità ha capacità di recupero e diventa presto rigogliosa nelle aree marine protette ben gestite. Ci sono stati segnali di ripresa anche con il rallentamento delle nostre attività con la pandemia: se si arresta l’impatto dell’uomo, le popolazioni naturali si ricostituiscono. Alcune componenti degli ecosistemi, come le alghe e i piccolissimi erbivori che pullulano nei mari (soprattutto crostacei del plancton), si rinnovano rapidamente.

Biodiversità a rischio

Altre popolazioni, invece, come le foreste di alberi secolari, richiedono centinaia di anni per recuperare: è il caso delle scogliere coralline, delle foreste di coralli profondi, dei grandi squali, dei mammiferi marini e delle praterie di piante marine. Se li distruggiamo, direttamente con pratiche di pesca sconsiderate, o indirettamente col cambiamento globale, rischiamo di perderli per sempre.

Fonte: Focus