#GreenMediaMonday: Smettiamo di distruggere la natura e ritroviamo gli affetti che ci legano

Stefano Mancuso racconta di come la pandemia ha mostrato l’impronta dell’uomo sull’ambiente e la necessità di un’inversione di tendenza. 

La pandemia che ha colpito il pianeta ci ha sta rendendo sempre più consapevoli dei danni che vivere in un ambiente instabile e malandato potrà produrre alla nostra specie. Infatti, la causa prima della pandemia è da individuare nelle varie forme della nostra continua aggressione all’ambiente. Numerosi studi hanno dimostrato come il diffuso degrado degli ecosistemi dovuto all’azione dell’uomo ha avuto un ruolo cruciale nell’aumento del tasso di insorgenza di zoonosi negli ultimi 40 anni. Sars-CoV-2 non è il primo virus la cui emergenza sia stata collegata alla deforestazione. Ebola, HIV, Nipah e Zika, per rimanere agli ultimi anni, hanno tutti origini simili e legate alla distruzione di ecosistemi vergini. Se non metteremo un freno alla distruzione di habitat naturali dovremo abituarci alla sempre più frequente comparsa di zoonosi.

Pandemia, riscaldamento globale, crisi climatica, sono fenomeni che condividono la medesima origine nella nostra infaticabile opera di distruzione della natura.

Ci si potrebbe attendere che a forza di disastri e morti alla fine anche i più refrattari siano obbligati a capire e, invece, non si percepisce alcun segno di inversione di tendenza. In attesa di vedere se il 2021 sarà l’anno della svolta, come annunciato da molti, per intanto il 2020, nei secoli a venire sarà ricordato oltre che per la pandemia anche per un altro evento epocale che segnerà per sempre la storia della nostra specie. Un anno che segnerà un prima e un dopo: nel 2020 il peso dei materiali prodotti dall’uomo ha superato il peso dell’intera massa dei viventi. È una notizia sconvolgente; qualcosa che non avrei mai immaginato potesse succedere. E, invece è avvenuta e ad una velocità che, se fossimo una specie davvero ragionevole, se fossimo quei Sapiens che presuntuosamente pensiamo di essere, dovrebbe preoccuparci molto più di qualunque virus.

Pensate che ancora agli inizi del ‘900 il peso di tutti i materiali prodotti dall’uomo nella sua storia rappresentava soltanto il 3% della biomassa. Nell’ultimo secolo la massa di questi stessi materiali è raddoppiata ogni vent’anni fino ad arrivare, oggi, nel 2020. Non è un risultato semplice da conseguire. Non basta produrre cemento, plastica e macchinari a dismisura per superare l’attività di 4 miliardi di anni di vita. Per farcela bisogna lavorare su due fronti diversi: da una parte produrre inimmaginabili quantità di nuovi materiali e dall’altra applicarsi indefessamente all’eliminazione della vita già presente sulla Terra, così da ridurne il peso. È quello che abbiamo fatto per secoli e che continuiamo a fare con infaticabile applicazione.

L’uomo è diventato una “forza tellurica”

È in grado di sconvolgere e trasformare per sempre la storia del nostro pianeta. Se per decenni si è discusso se fossimo o meno entrati nell’Antropocene, oggi non vi è più nessun dubbio. È l’uomo, più che qualunque altra causa naturale, che decide le sorti della Terra. Come si è arrivati a tanto? E, soprattutto, cosa possiamo fare per garantire alla nostra specie una possibilità di sopravvivenza? Innanzitutto dovremmo capire come funziona la vita e smetterla di immaginare l’uomo come il centro della vita nella stessa maniera in cui, 500 anni fa, ritenevamo che la Terra fosse il centro dell’universo.

Comprendere che la vita è una delicata rete di rapporti e che l’uomo non è il suo signore, quanto uno dei suoi molti componenti, potrebbe aiutarci. La vita è una rete formata da tutti le specie presenti sul pianeta. Qualunque disordine nella configurazione di questa rete può portare a risultati imprevedibili. È per questo che l’enorme numero di specie che scompaiono annualmente va inteso come un ulteriore e grave pericolo anche per il nostro futuro. Qualunque processo relativo alla vita va visto in termini di rete. In una rete l’aspetto determinante è la qualità delle connessioni. L’adozione di questa prospettiva richiede che si ritorni a ragionare assennatamente in termini di comunità.

Le comunità dovranno diventare quello che sono già state in altri momenti della nostra storia: il motore del nostro sviluppo.

Mi auguro che nei prossimi anni, la consapevolezza della connessione che esiste fra ogni essere umano renda più forte e moderno il concetto di comunità. È necessario capire che le comunità, qualunque sia il loro livello di aggregazione, sono tali e funzionano soltanto se c’è una comunità di affetti. È un aspetto che tendiamo a sottovalutare. Immaginiamo il nostro avvenire come un tempo dominato da tecnologie sempre più raffinate. Credo che sia soltanto in qualcosa di necessario e antico come gli affetti – l’amore per i nostri simili viventi – che risieda la nostra unica possibilità di futuro.

Di Stefano Mancuso, neurobiologo vegetale, insegna Arboricoltura generale e coltivazioni arboree all’università di Firenze. Il suo ultimo libro è “La pianta del mondo” (Laterza).