#GreenMediaSpecial: Ogni piccola azione può fare la differenza

Ragazzo andiamo?

 

Entro nell’ufficio di Daniele, lui chiude la porta. Con faccia seria, a bruciapelo esclama: “Allora, andiamo?” Lo guardo a mia volta, confuso, e realizzo che non stava affatto scherzando. Sì certo, ne avevamo parlato varie volte, ma come una possibilità remota, una di quelle idee folli che fanno sognare il giovedì pomeriggio, ma che poi rimangono nel cassetto dei sogni. Ma la vita vera non può essere lasciata nel cassetto, la vita va vissuta per non perderne il senso. Io lo guardo e dico “certo che andiamo”. Mi sorride, e che avevamo appena fatto una frittata dato che erano le 19.00 di giovedì e saremmo partiti sabato mattina ed era tutto da organizzazione. 30 ore per organizzare tutto e partire.

 

 

3 settimane prima

 

No dai, forse non proprio organizzare tutto. In effetti nelle 3 settimane precedenti avevamo lanciato una campagna di crowdfunding in cui avevamo raccolto più di 4 mila euro in favore di Terre des Hommes e Polish Medical Mission. Al contempo, consapevoli che avremmo potuto fare ancora di più, avevamo bussato alla porta di ogni azienda, ufficio e scuola del circondario, chiedendo di aiutarci nella raccolta di materiali di prima necessità da inviare al popolo ucraino. Il nostro ufficio, nel giro di pochi giorni, si era riempito di pannolini, materassini, sacchi a pelo termici, medicinali, tutti quei beni che potevano servire in un campo di prima accoglienza. La risposta delle persone era stata straordinaria, decisamente inaspettata. E così ci eravamo trovati a organizzare e imballare un’infinità di scatoloni. Insomma, il materiale di prima necessità non mancava, bisognava solo capire quale sarebbe stata la destinazione.

 

Ci informiamo, carichiamo la macchina e via.

 

Appena arrivato in ufficio, la mattina, inizio a chiamare il mondo, la questura, qualche politico, Fondazione Progetto Arca Onlus. Insomma chiunque potesse avere qualche informazione utile su dove andare e che cosa potesse essere davvero utile fare in quel contesto. A fine giornata capiamo che la nostra destinazione sarebbe stata il campo di Siret, al confine tra Romania e Ucraina. Avremmo dovuto portare con noi tutto quello che saremmo riusciti a stivare in auto ed eventualmente, una volta raggiunta la destinazione, fare qualche intervista.

 

L’obiettivo del viaggio ormai è chiaro e la giornata vola. Inutile dire che quella notte non ho dormito un granché, in preda all’emozione più profonda, immaginandomi quel viaggio e le persone che avremmo potuto incontrare e aiutare. Alle 5 di mattina sono già in piedi, e alle 7 sono in ufficio. Daniele è in ritardo ma l’attesa non spegne quell’emozione travolgente che mi pervade. Alle 10 arriva, carichiamo gli scatoloni e via, si parte. Per qualche secondo l’entusiasmo lascia il posto allo sconforto: 22 ore di macchina, ben 1850 km ci separano dalla destinazione, da percorrere in una giornata. Insomma non proprio la classica gitarella fuori porta del weekend.

 

 

Slovenia, Ungheria, Romania

 

Il viaggio è lunghissimo ma in realtà non ci pesa, siamo dei buoni conversatori, parliamo di tutto, dal lavoro, alla vita personale, fino ai discorsi esistenziali. La verità è che l’entusiasmo non lascia spazio alla stanchezza.

I Km passano e i paesaggi si alternano, nessuno dei due è mai stato in quelle zone e devo ammettere che per fortuna, a metà percorso, siamo riusciti a sbagliare strada trovandoci obbligati ad attraversare Budapest e l’immenso Danubio. Che spettacolo, sicuramente ci torneremo. Verso l’una del mattino arriviamo al confine con la Romania e ci fermiamo in un hotel in cui veniamo accolti dalla solare Raluc, una ragazza rumena che ci travolge con la sua spensieratezza e felicità e che, con un italiano perfetto, ci dice di aver imparato la nostra lingua guardando i cartoni animati in italiano. Alle 5.30 di mattina, dopo un triplo caffè, siamo di nuovo in viaggio e attraversiamo la Romania tra pianura, foreste e alte montagne innevate, passando persino per i monti della Transilvania, paese spettacolare, inspiegabilmente noto solo per il Conte Dracula. Ne rimaniamo totalmente affascinati e in 10 ore arriviamo finalmente alla nostra destinazione: Siret.

 

Al confine… incontriamo Progetto Arca

 

Siamo al confine e guardiamo l’immensità di questa piana agricola che si stende sconfinata davanti a noi. Ci fermiamo a contemplare il paesaggio ma quel momento di pace interiore viene interrotto da due cani da pastore, che ricordano per sembianze e stazza, degli orsi bruni, che iniziano a rincorrerci; con poca dignità, risaliamo in macchina in un batter d’occhio e seguiamo il navigatore, che ci porta in un complesso sportivo presidiato dalle forze di polizia Rumene.

Qui regna una calma surreale, non vediamo nessuno tranne qualche poliziotto.

Un po’ spaesati chiediamo indicazioni e ci viene indicata una palazzina. Saliamo le scale ed entriamo.

Non penso che potrò mai dimenticare quegli attimi. Ci sono volte in cui il tempo si dilata, le percezioni si acuiscono, quella è decisamente una di quelle occasioni. Veniamo travolti da un pungente odore, un misto tra l’odore di una stanza in cui vi sono troppe persone da troppo tempo e quello di una cucina indiana. È una camerata con una trentina di rifugiati, donne e bambini di tutte le età e un solo uomo. Difficile descrivere quello che ho provato, se non una profonda sensazione di vuoto. Guardo gli occhi delle persone e percepisco il vuoto, la mancanza di prospettiva, di energia, di speranza, come lo sguardo di una persona che si sveglia di soprassalto dopo aver fatto un incubo.

 

I loro movimenti sembrano rallentati, molti sono raggomitolati sulle brandine, con in mano i cellulari, ma senza la frenesia che si nota nelle persone quando scorrono un social network. Staranno aspettando un messaggio dai loro cari ancora imprigionati in quell’incubo chiamato guerra? Staranno guardando le foto di quella che fino a qualche mese prima era la loro casa, la loro vita e la loro normalità? Vuoto, tutto ciò che era non esiste più, e quello che sarà è un’incognita.

Si dice che si inizia a morire nel momento in cui si perde la speranza e se potessi dare una definizione della morte è il vuoto.

Tutti questi pensieri durano qualche attimo fino al momento in cui vengo riportato alla realtà da una voce cordiale di un ragazzo che ci dice “benvenuti vi stavamo aspettando”. Davanti a noi eccoli, due volontari, Daniele e Daniela, una giovane coppia che avrà solo qualche anno in più di me, unita dalla missione di andare e aiutare i più sfortunati.

Sono gentili, ci sentiamo subito accolti e nasce in me una profonda ammirazione per queste persone che dedicano la loro vita al prossimo.

Ci offrono una tazza di tè caldo, decisamente quello che ci voleva e ci fanno accomodare.

Eravamo lì per portare il nostro aiuto e per fare un reportage ma quasi senza bisogno di dircelo improvvisamente non ci sentiamo più di metterci a fotografare le persone. No, basta messaggi o immagini di dolore, il nostro reportage deve parlare di speranza e di persone che lavorano per dare speranza.

In quel momento entrano nell’edificio due uomini, uno della mia età e l’altra di quella di Dani accompagnati da una donna e 3 giovani ragazzi.

Si presentano, sono Nicolas, il ragazzo con cui mi ero coordinato fin a quel momento al telefono; Alberto, presidente e fondatore di Progetto Arca e Silvia, un’amica di Alberto impegnata nel sociale con i suoi giovani figli.

Parliamo un po’ di come va, come stanno vivendo quei momenti e del perché per loro è importante essere lì. Che bello, in quel momento sento un calore, è il calore della speranza. Queste persone sono lì e fanno ciò che reputano essere giusto per gli altri e anche per loro stessi.

 

Mentre scrivo questo articolo mi viene nuovamente da commuovermi, non perché io sia una persona particolarmente emotiva, mi piace pensarmi come un uomo tutto d’un pezzo, bensì perché le emozioni contrastanti vissute in quelle poche ore è difficile che ci abbandoneranno mai.

Basta è arrivato il momento di rimettersi all’opera, tempus fugit e le energie pure.

Scendiamo alla macchina e iniziamo a scaricare con l’aiuto dei ragazzi.

 

Scaricato il nostro carico mi metto ad intervistare Nicolas, ma non essendo un giornalista ed essendo di fatto la terza volta che intervisto qualcuno lo intervisto all’aperto, peccato che c’è un vento pazzesco. Risultato? non si sente nulla di quello che racconta.

Finita l’intervista a Nicolas passo ad Alberto, che avendo un bel po’ di esperienza in più mi guarda e mi fa “ma perchè non entriamo dentro?” saggia mossa.

Alberto mi racconta la storia di Progetto Arca, di come è nata, di cosa fanno e di come portano il loro aiuto lì dove c’è bisogno nel più breve tempo possibile. Sono stati li in tutte le emergenze umanitarie e saranno lì nelle prossime. Oltre l’attività di prima accoglienza nel tempo hanno creato un’impresa sociale in modo da poter aiutare il reinserimento dei più sfortunati attraverso il lavoro. La loro base operativa è l’abbazia di Mirasole. Insomma fanno a 360° quello che bisognerebbe fare per le persone più sfortunate. Ricordiamoci che la fortuna è cieca e oggi possono essere persone che pensiamo siano lontane da noi ma domani potremmo essere noi gli sfortunati, chi lo sa, e amo pensare che ci sia ancora quel barlume di amore che porta le persone ad aiutare in maniera disinteressata gli altri.

 

Finite le interviste, Nicolas ci racconta la storia di una ragazza, Natalina, che ha un cane e che non può prendere il pullman con gli altri profughi. Natalina è una dei numerosi profughi accolti da Progetto Arca li al confine tra Ucraina e Romania.  Noi ovviamente ci rendiamo subito  disponibili a darle un passaggio a Milano e così  Nicolas ci fa strada per farci conoscere Natalina.

 

Natalina

Giro l’angolo e vedo questa figura solitaria, avvolta da un piumino nero enorme che le arriva alle caviglie, la vedo seduta che si culla abbracciata al suo cane, un po’ come una mamma culla il suo bambino per tranquillizzarlo, anche se a questo giro la sensazione è che è il cagnolino a tranquillizzare la padrona.

Nicolas la chiama, lei si gira e timidamente ci saluta. Dai suoi occhi traspare tristezza.

Ci presentiamo e scambiamo due chiacchiere. Avete presente quando non sai cosa dire, sapendo che qualsiasi cosa tu dica sarà profondamente fuori posto? Beh l’unica cosa che mi esce è “fuck the war, I’m so sorry” lei mi guarda e mi risponde infervorata, attaccando la smania di potere e la bramosia dell’uomo di dominare su altri uomini più deboli.

E’ quasi l’ora di partire, Natalina e Nicolas vanno a comunicare agli ufficiali di polizia la sua partenza per Milano insieme a noi.

Salutati tutti, partiamo.

 

Ritorno a Milano

 

La strada è lunga, decidiamo di cambiare strada e di passare dalla frontiera di Oradea, onde evitare le lunghissime code al confine con l’Ungheria.

Guidiamo per 5 ore di fila in mezzo alle campagne della Romania passando da un’infinita serie di piccoli paesini di campagna. Potrebbero essere dei paesini Italiani con l’unica differenza che non vi è traccia di negozi, bar o altri esercizi commerciali.

Ogni tanto dobbiamo rallentare per sorpassare dei carretti trainati da muli o cavalli, il che ci riporta con la mente a quella che poteva essere la nostra campagna negli anni 50.

Il paesaggio è collinare, si potrebbe pensare di essere nel Piacentino e, al calare della sera, il cielo si tinge di varie sfumature di rosso regalandoci paesaggi magnifici.

Verso le dieci di sera finalmente incontriamo un minuscolo ristorante locale e presi dalla fame ci fermiamo a mangiare.

La parola vegetariano non va certo di moda in quelle zone rurali, per cui l’unica scelta è una bistecca di maiale con patatine di contorno. Ovviamente Dani non perde l’occasione per immortalare l’attivista finto vegetariano (Io) con una foto con cui potrà ricattarmi a vita. Mangiamo velocemente, prendiamo l’ennesimo caffè e via siamo di nuovo per strada.

Arriviamo alla frontiera e per nostra fortuna non c’è coda. Dopo qualche minuto l’agente di frontiera prende i nostri documenti, li guarda, batte qualcosa sulla testiera e ci chiede dove siamo diretti.

Non facciamo in tempo a rispondergli che l’agente inizia a parlare con un suo collega, ci guarda di nuovo e chiude con forza la finestrella della guardiola.

Rimaniamo allibiti, non capiamo, ma intuiamo che qualcosa non andava.

Qualche minuto dopo un agente ci chiede di accostare poco avanti e fa cenno a Natalina di seguirlo.

Lei ci guarda con occhi incerti, un po’ spaventati. Noi la rassicuriamo del fatto che sarebbe andato tutto bene. La verità è che non ne avevamo minimamente idea.

Lei scende e segue l’agente.

Passano i minuti, ma lei non torna, la nostra incertezza aumenta ma non sappiamo cosa fare. In quel momento noto un cartello, raffigurante una ragazza giovane legata ai polsi. Al che capisco, quelle frontiere sono uno dei luoghi di transito di quella che è la tratta più disgustosa che vi possa essere, quella delle schiave.

E quindi l’attesa è dovuta al fatto che la polizia si sta accertando che Natalina non fosse una di quelle sventurate ragazze e noi i trafficanti? In quel momento ammetto che un minimo di apprensione mi è venuta.

Dopo un’ora vediamo Natalina ritornare, entra in macchina, mi guarda e un po’ piangendo e un po’ ridendo di gioia ci ringrazia. In mano ha un documento di carta che la attesta come rifugiata.

Di nuovo in viaggio, mi metto alla guida e mentre Daniele cerca un albergo per fermarci a riposare, Natalina si sbottona e inizia a raccontarci un po’ la sua storia.

Il suo sogno è aprire una caffetteria, viene da Kiev e non ha più una famiglia. Ci racconta desolata che ha perso tutto, non sa in che condizioni sia la sua casa, la sua macchina e insomma tutto quello che ha di materiale. Quando è iniziato tutto era in vacanza a Cipro, poi la guerra e una sola consapevolezza. Martin quella piccola palla di pelo simpatica è tutta la sua vita, la sua famiglia, quindi prende un aereo, arriva in Romania e al confine un suo amico le porta il suo amato Martin.

Da quel momento viene aiutata per ogni cosa dai ragazzi di Progetto Arca che riescono a fargli ottenere i documenti per far entrare il suo cane in Europa.

Ed eccoci qui per strada. Purtroppo nel frattempo Daniele ci annuncia che nessun albergo accettava animali e che avremmo dovuto fermarci a riposare in una area di sosta.

Dani e Natalina si addormentano e il viaggio continua, imbocco l’autostrada in Ungheria e continuo a guidare.

Non sento la stanchezza, nella mia testa vi sono solo le immagini della giornata, le sensazioni provate e la profonda consapevolezza di quanto noi siamo fortunati.

Siamo fortunati senza saperlo, siamo sempre lì a lamentarci per quisquiglie, per il nulla, per un modo di vivere che ormai ha perso ogni senso, per il vuoto.

Perso nei pensieri non mi accorgo del tempo che vola e in un batter d’occhio sono le 5.00 del mattino.

Appena guardo l’ora mi rendo conto di esser stanco, al che sveglio Daniele e gli lascio il volante.

Mi addormento subito e mi risveglio che siamo in un autogrill in Slovenia.Ridò il cambio a Daniele e via arriviamo in Italia.

Da quel momento il tragitto sembra durare nulla, guardo nello specchietto Natalina che ha quest’aria sollevata, più serena mentre continua incessantemente ad accarezzare il cane.

Pazzesco come ogni cosa sia una questione di prospettiva e di attitudine mentale.

Arriviamo a Milano, affidiamo Natalina ad Enrico, un amico suo che l’avrebbe aiutata, e di nuovo piangendo ci abbraccia.

Saluto Daniele sotto casa mia ed entro in casa.

Ho le orecchie che mi fischiano, sono stanchissimo; è tutto così silenzioso. Mi siedo sul divano e piango.

È incredibile quanto alcune piccole cose possano cambiare il modo in cui vediamo il mondo e la tua vita, no?

Siamo fortunati, maledettamente fortunati. Solo che non lo sappiamo.

Dormo.