#GreenMediaMonday: Il declino della biodiversità rischia di impoverire la nostra dieta

L’Italia: un patrimonio di diversità

La penisola italiana viene definita da Goethe e Stendhal il giardino d’Europa. Questo per la sua forma, lunga e stretta, e per essere situata al centro del Mediterraneo a fare da ponte fra l’Europa centrale e il Nord Africa. Viene considerato un importante serbatoio di biodiversità vegetale e animale ed accoglie specie di origine eurasiatica, mediorientale e nord-africana.

Nel corso dei secoli, le generazioni di contadini hanno selezionato le colture più adatte e le razze più rustiche. Hanno adattato i sistemi di coltivazione alla geografia del luogo, escogitando modi per coltivare pendii scoscesi e terre sotto il livello del mare. Hanno trasformato e conservato le materie prime grazie a tecniche raffinatissime.

Dagli anni settanta il declino della biodiversità

Il patrimonio di biodiversità, sapienza, paesaggi, negli ultimi sessant’anni, è stato fortemente intaccato. Non esiste un monitoraggio costante nazionale della biodiversità legata al cibo, ma solo studi parziali. Partendo, tuttavia, da alcuni casi è possibile capire quel che sta succedendo. Alla fine del secolo scorso, in Italia, si coltivavano oltre 400 varietà di frumento, ma già negli anni ’90 solo 8 varietà rappresentavano l’80% del seme impiegato e oggi, soprattutto per il frumento tenero, gran parte delle varietà sono brevettate di poche multinazionali.

Le varietà locali perdute

La globalizzazione dei mercati e il miglioramento genetico sfrenato hanno eroso il panorama varietale degli alberi da frutto. Un’analisi realizzata su sei specie (albicocco, ciliegio, pesco, pero, mandorlo e susino) ha registrato una perdita del 75% delle varietà locali. Oggi le varietà locali e tradizionali si trovano solo presso vivai molto piccoli che riescono con difficoltà a mantenere una rete di agricoltori impegnati nella produzione del seme.

Le razze animali scomparse.

La situazione delle razze animali di interesse agricolo è ancora più grave. A partire dagli anni ’50, per la sola produzione di latte o di carne, sono state abbandonate le razze locali a vantaggio di razze cosmopolite specializzate. Alcune decine di razze sono ormai estinte. Dodici razze bovine contano meno di mille femmine, sette sono minacciate e cinque sono in una situazione critica. Delle 53 razze autoctone di polli censite dalla Fao, il 67% è estinto e le 18 sopravvissute sono a rischio di estinzione o in situazioni critiche.

I fattori di rischio del declino della biodiversità

Ci sono almeno tre fattori che rischiano di decretare l’inesorabile declino di quel che veniva definito il giardino d’Europa.
Il primo: solo il 3,5% degli addetti ha un’età inferiore ai 35 anni e la maggior parte della biodiversità coltivata e dei saperi tradizionali ad essa associati è custodita da aziende condotte da persone sopra i 65 anni.
Il secondo: secondo il rapporto dell’Ispra, il suolo sigillato dal cemento avanza al ritmo di 2 metri quadrati al secondo.
Il terzo: le politiche agricole europee continuano a rafforzare modelli agricoli industriali che, anche in Italia, trasformano i paesaggi rurali in deserti, attraverso la perdita della fertilità dei suoli e il collasso dei servizi ecosistemici (insetti utili e biodiversità in primis).

Fonte: Repubblica

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